Con questo mio post voglio far riflettere i lettori, su alcuni accorgimenti marketing per dipendere il meno possibile da Google e far camminare con le sue gambe il proprio Brand su internet.
Intanto mi presento: mi chiamo Paolo Geymonat e sono web-dipendente dal 1995, circa. Nella prima new economy (quella della bolla speculativa del 2000 per intenderci) ho lavorato in CHL, l’e-commerce fiorentino, affiancando il presidente dell’azienda per tutto il periodo precedente alla quotazione in qualità di esperto in media buying comprando più di 50 miliardi delle vecchie lire di spazi pubblicitari (televisione, radio, giornali, banner ecc…). Nel 2005 ho fondato Bakeca.it, oggi uno dei siti italiani più visitati del web.
Bakeca.it, con i suoi 150Milioni di pagine viste e i suoi 3,5 milioni di visitatori unici al mese è stato il laboratorio dove ho messo in pratica tutto quello che avevo imparato a NON fare durante la mia prima web-esperienza con CHL.
Prima di tutto il risparmio: il progetto è stato portato avanti adottando la sana politica del risparmio spinta ad un livello quasi maniacale. Con l’aiuto di un giovane amministratore oculato e risparmiatore abbiamo cercato il giusto mix di marketing online e offline alla ricerca del “sacro graal” del passaparola.
Quei 25 milioni di euro spesi in pubblicità per lanciare il marchio CHL durante la prima new economy si erano rivelati infatti un errore clamoroso (oltreché molto dispendioso) L’effetto che avevano sortito era l’esatto contrario di quello che si avrebbe voluto ottenere: avevano ucciso la vitalità del Brand (che era cresciuto fino ad allora passando di bocca in bocca tra la popolazione studentesca che comprava i primi computer “su misura” sul sito) banalizzando il Brand stesso e sovraesponendolo a livello mediatico.
Cosa vuol dire? E’ semplice: basta riflettere al fatto che non si va dicendo agli amici quanto è buona la nutella. Forse perche la Nutella non è buona? No. La nutella è forse la cosa più buona del mondo ma non passo parola perché è una cosa ovvia, una informazione banale: non è “tricky”, come direbbero gli americani. E non è tricky perché lo sanno tutti (infatti è da sempre uno dei brand che spende più soldi in pubblicità). Fare troppa pubblicità rende dipendente il Brand dalla comunicazione stessa. Le vendite andranno “sostenute” nel tempo, con campagne martellanti. Ovviamente per un prodotto forte e redditivo come nutella o come coca cola non sarà un problema destinare anche una consistente quota delle vendite (mediamente un 15%) ad investimenti pubblicitari. Per un sito web invece, magari un servizio gratuito come Bakeca, o con margini ridotti come un e-commerce tipo CHL, creare dipendenza da massicci investimenti pubblicitari è sicuramente molto pericoloso (se non letale).
Da un lato si trattava quindi di far conoscere il brand Bakeca e associarlo al servizio di annunci gratuiti online e dall’altro si trattava di non banalizzarlo con una sovraesposizione mediatica. Insomma si trattava di cercare di scatenare il passaparola.
Un’altra cosa che avevo imparato lavorando a CHL era l’importanza delle “success stories”. Un concetto peraltro antico: un cliente soddisfatto (la success story appunto) ne porta degli altri. Basti pensare alla classica trattoria dove si mangia bene e si spende poco: viene subito voglia di raccontarlo agli amici. E così era anche in CHL: se facevi risparmiare soldi al cliente e gli consegnavi la merce a casa velocemente (e non era facile!) avresti creato una success story e probabilmente il cliente lo avrebbe raccontato gli amici.
Si trattava quindi di far trovare una casa, un lavoro, un’auto usata, un evento o una festa su bakeca… insomma mettere in contatto persone tra di loro (chi metteva l’annuncio e chi consultava il sito) perché si realizzassero degli “affari” e quindi appunto delle success stories (provate a pensare ad uno che trova una casa in affitto o un lavoro su bakeca: non lo racconterà agli amici?).
Da un lato quindi occorreva far pubblicare degli annunci sul sito e dall’altro si trattava di portare del traffico su bakeca in modo da fare incontrare domanda e offerta.
I contenuti si trovavano in rete e fuori dalla rete: ricordo che ci scatenammo in giro per la città e per la rete a caccia di annunci (all’inizio eravamo presenti solo a Torino e Milano, non fu quindi un lavoro troppo difficile). C’erano i classici giornaletti cartacei, c’erano le bacheche delle università e c’era una miriade di siti (tutti poco conosciuti) con molti annunci disponibili. Quindi i contenuti non mancavano, si trattava con pazienza di contattare questi inserzionisti (via mail o via telefono) e parlargli di bakeca invitandoli a pubblicare il loro annuncio sul sito. Coinvolgemmo molti studenti e molti amici in questa caccia: li chiamavamo i “butta dentro”.
Il traffico lo sappiamo tutti dove si trova: su Google. Si compra con Adwords e si conquista con la SEO. Ricordo ancora che misi l’annuncio sulla stessa Bakeca alla ricerca di un esperto SEO e rispose Michal Gawel, un giovanissimo e brillantissimo studente Polacco appassionato di semantica e linguistica, oggi uno dei massimi esperti SEO in italia. Aprimmo anche un account adwords e il nostro giovane amministratore delegato Alessandro Rivetti ci mise poco a capire perché Google valeva tutti quei miliardi di dollari in borsa: in due settimane il giovane Luca Russo, addetto all’acquisto delle keywords per bakeca e futuro co-fondatore di Seolab gli esaurì il credito sulle due carte Visa dell’azienda e dovetti intervenire personalmente con la mia carta American Express Platino, un rimasuglio della prima new economy, per dare nuovo vigore alla campagna.
Si sarebbe però capito che quel traffico proveniente da Google era insidioso. E non era insidioso solo quello che prosciugava la carta di credito. Anche il traffico portato da Michal con la SEO non era un traffico realmente costruttivo per la nostra strategia della success story. Me ne resi conto perché misi un annuncio io stesso su bakeca: “regalo computer ancora produttivo al primo che viene a prenderselo a casa mia”. Ricordo che rispose uno studente del politecnico, meno di un’ora dopo la pubblicazione del mio annuncio. Gli detti appuntamento la sera stessa per la consegna. Era ovviamente felice del regalo e accompagnandolo alla porta lo salutai e gli dissi: ma dove l’hai visto l’annuncio? “Su internet”, mi rispose. “Ma dove su internet” incalzai io con una comprensibile aspettativa… “ mah… ora non ricordo… su Google!”
Ecco, fu quello lo spunto: Google mi stava fregando due volte. Da un lato mi prosciugava la carta di credito, dall’altra mi stava facendo lavorare per lui: la success story… l’aveva costruita lui: col mio annuncio, col mio computer, col mio sito, colla mia carta di credito.
L’antidoto a questo asservimento a google era quindi costruire un brand con una forza propria: l’obiettivo doveva era quindi quello di portare gli utenti a digitare sul proprio browser www.bakeca.it.
Posto che il rischio di ripetere l’errore fatto con CHL e lanciare una campagna da 25 milioni di euro sui principali media nazionali fosse pari a zero (il leitmotif di tutta la fase di Startup di Bakeca è stata la frase dell’amministratore: “Geymonat, le ricordo che non c’abbiamo una lira”) restava da far conoscere il Brand senza neutralizzare quel “tricky” che permette al Brand stesso di passare di bocca in bocca evitando di essere banalizzato.
Mancava solo un pezzettino all’analisi: si trattava infatti di identificare dei “community leaders” : qualcuno quindi che se avesse inizialmente passato parola sarebbe stato portatore di quel “tricky”: vuoi trovare casa? Segui il mio “trucco”: cercala su bakeca.it – Quel community leader era proprio lo studente. Quello studente del politecnico che si era portato via il mio computer senza rendersi conto che c’era dietro il lavoro di bakeca. Bisognava stabilire un legame proprio con gli studenti perché sono loro che poi orientano le scelte degli altri. E questo legame doveva restare in qualche modo “esclusivo” per non rischiare di essere banalizzato. Identificato il target, abbiamo immediatamente messo in atto la strategia di comunicazione low cost: guerriglia street marketing. Abbiamo comprato uno scuolabus americano, molto vistoso, molto giallo, molto usato e ovviamente molto economico. Lo abbiamo caricato su una nave, sbarcato a genova un po’ alla chetichella (perché non era proprio un Euro 4) dotato di una splendida targa prova (in attesa di omologazione…) e fatto girare per tutte le università d’Italia carico di preservativi e di cartine etichettati bakeca e gentilmente offerti da dei partner desiderosi di una azione di sampling congiunta (e per loro gratuita).
Ci abbiamo messo 3 anni, tra multe e ricorsi, sequestri e dissequestri, guasti e riparazioni col nostro Scuolabus americano siamo entrati nel cuore degli studenti italiani, ci siamo fatti riconoscere abbiamo fatto percepire il nostro brand ai nostri community leaders. Intanto sul nostro sito web gli abbiamo trovato casa e lavoro, gli abbiamo fatto incontrare amici e fidanzate (per una notte o per una vita) senza mai chiedergli una lira. Abbiamo fatto tutto questo senza troppo sbraitare e senza mai banalizzare il nostro Brand che è rimasto un “trucco” della rete, da passare di bocca in bocca agli amici. Intanto i contenuti aumentavano ed aumentava anche la visibilità su Google. Ma la componente “brand” , quegli accessi diretti di chi scriveva www.bakeca.it sul suo browser, mantenevano la loro larga quota di maggioranza nella composizione degli accessi al sito.
Questa è la ricetta per fare crescere un servizio web di successo: scatenare il passaparola attorno al proprio Brand senza finire fagocitati dal marchio più forte della rete da cui tutto parte e a cui tutto sempre rischia di ritornare. Il giusto mix di accessi da Google (natural e sponsored search) e di accessi da Brand (accessi diretti al sito) è a mio parere il fattore chiave di successo di una iniziativa internet vincente.
Link